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LA VITA E' TUTTA UN LINK

by Alessandro Rondoni
on Febbraio 27, 2017

La velocità impressionante dei cambiamenti ha provocato, specie negli ultimi dieci anni, una vera e propria rivoluzione, una svolta epocale, con un’esasperazione tecnologica che ha profondamente modificato strumenti, linguaggi e azioni (…). L’umano è stato violentemente strattonato, se non proprio disarcionato, dall’era ipertecnologica senza volto, da una vasta e tentacolare rete dove piuttosto che navigare si finisce per naufragare, annegare e persino morire (…). I social oggi sono la vera forma di comunicazione e stanno minando e mettendo in discussione il tradizionale giornalismo e i canonici circuiti informativi. Insomma, tutto a tutti in una democrazia informatica che sembra pareggiare, togliere iniquità, rendere accessibile, ma che in realtà porta pure nuove forme di discriminazione e sancisce la vittoria di un potere che sta dall’altra parte dello schermo e della tastiera, non si evidenzia mai e inghiotte sempre di più (…). Chi non è connesso ad internet rischia di rimanere solo anche se poi sta single per ore al pc o al cellulare. Un rebus, un rompicapo esistenziale che tenta di risolvere, annientandola con un ipercollegamento, la solitudine dell’uomo. Ma essa si prende una solida rivincita risorgendo, come un’araba fenice, sulla cenere di tasti pigiati migliaia di volte al giorno, dove schiacciate rimangono non solo le lettere ma anche le aspirazioni dell’uomo (…). In pochi leggono, tutti si legano e si rendono devoti a questo rito. Anche i linguaggi ne risentono con l’uso distorsivo della parola, ormai ridotta a striminziti fraseggi, espressioni contratte, emoticon. Il tutto per esprimere concetti, sentimenti e risposte. La reattività è esaltata, meno invece lo sono il giudizio e il ragionamento (…) Anche il mondo del giornalismo e dell’editoria è squassato da questa rivoluzione che, pur concedendo più libertà di espressione a tutti, forma nuove sacche di povertà e rende insicura la fonte di una notizia. Molte informazioni si rivelano bufale, altre sono imperfette o superficiali. Viene meno la professionalità degli operatori della comunicazione a vantaggio di una velocità online senza volto (…). Eppure sono infinite le possibilità di bene e le nuove opportunità che sgorgano da questa imperante tecnodimensione a vantaggio dell’uomo post moderno. Lo si è visto durante il recente terremoto in Centro Italia del 24 agosto 2016 con l’ampia divulgazione sui social di campagne di sensibilizzazione e di aiuto. Si afferma così un nuovo senso di appartenenza, il bisogno inarrestabile di dare un significato comune alle cose, di far prevalere un senso di comunità che poi è proprio quello che la rete scatena con le sue infinite chat, gruppi e altre espressioni creative. Questa nuova appartenenza, sia pur in modalità virtuale, indica un bisogno reale. È una dimensione esistenziale dell’uomo, un’inalienabile esigenza di esprimere la sua socialità poiché non è solo un individuo chiuso, una monade, ma un essere in relazione con altri nella positività di un incontro, nella promessa di una speranza ritrovata nella diversità dell’altro, reso amico e non nemico. L’altro, in qualunque modo relazionato, rappresenta quindi una via di sviluppo, di progresso, di civilizzazione, a patto che sia reso accessibile in un fatto che, anche se è virtuale, risulta profondamento concreto in quanto azione libera e cosciente di una cultura dell’incontro (…). Generare cultura, in questo tempo di internet, è ancora possibile, ed è un compito e una responsabilità affidata a chi da sempre crede nell’uomo e nelle sue capacità, pur conoscendone limiti e difetti. La contaminazione con le nuove tecnologie rende affascinante la sfida di portare avanti in un mondo nuovo eterne esigenze di infinito (…). Sfidare la tecnologia dal punto di vista umano significa anche ribellarsi alla robotizzazione in atto e compiere la vera rivoluzione, che è quella di salvaguardare l’umano da questo transumanismo, da questa nuova scienza, religione, filosofia, che promette un paradiso senza più l’uomo. Pensare, giudicare, ragionare a costo di sbagliare, è un modo fertile di coltivare la propria terra, di abitare la propria casa e non separare il corpo dallo spirito, la ragione dalla tecnologia. (…) Il nuovo areopago dei tempi moderni chiama, dunque, ad aggiornare linguaggi e contenuti, comportamenti e strumenti. Torna forte e avvincente la lotta per affermare l’umano in tutte le sue dimensioni, per aiutare l’uomo del terzo millennio a non perdersi nella giungla né a retrocedere nel buio delle caverne e nella barbarie dell’inciviltà ma a fare esperienza della libertà, della propria conoscenza, dell’uso dell’intelletto e della parola che lo distingue dall’animale. La parola resta dunque regina incontrastata di un lavoro, di un’espressione, di un linguaggio e di un ragionamento e, se ben usata, può condurre l’uomo alla luce della verità dentro i link e i clik della tecnologia, per un nuovo umanesimo (…).

* testo integrale pubblicato sulla rivista “Il Nuovo Areopago” n. 3-4/2015

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